Il kebab farà parte del Patrimonio della cucina italiana": ha ragione Antonio Caprarica

Il kebab farà parte del Patrimonio della cucina italiana”: ha ragione Antonio Caprarica

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Redatto da Alessandro

28 Dicembre 2025

La recente affermazione del giornalista e scrittore Antonio Caprarica, secondo cui il kebab è destinato a entrare nel patrimonio della cucina italiana, ha scatenato un acceso dibattito. Lungi dall’essere una semplice provocazione, la sua tesi solleva questioni profonde sull’identità culturale, sulla natura evolutiva della gastronomia e sul futuro delle nostre tradizioni a tavola. L’idea che un piatto di origini mediorientali, popolarizzato in Germania da immigrati turchi, possa affiancarsi a pilastri come la pasta al pomodoro o la pizza, merita un’analisi attenta, libera da pregiudizi e aperta a comprendere le dinamiche che modellano ciò che mangiamo.

Introduzione del kebab nella gastronomia italiana

Le origini e la diffusione in Italia

Il döner kebab, letteralmente “carne che gira”, ha radici profonde nella cucina ottomana, ma la sua versione moderna, servita nel pane come cibo da strada, è un’invenzione relativamente recente. Si attribuisce la sua nascita alla comunità turca di Berlino negli anni ’70, come soluzione pratica per offrire un pasto veloce e sostanzioso. Da lì, il suo successo è stato inarrestabile. In Italia, i primi locali dedicati al kebab sono comparsi alla fine degli anni ’90, inizialmente nelle grandi città come Milano, Torino e Roma, per poi diffondersi capillarmente in tutto il territorio nazionale. La sua ascesa è stata trainata da diversi fattori: il costo contenuto, la rapidità del servizio e la capacità di intercettare i gusti delle nuove generazioni.

Un fenomeno sociale oltre che culinario

Il kebab ha trasceso rapidamente il suo status di semplice alimento per diventare un vero e proprio fenomeno sociale. Le “kebabberie” non sono solo luoghi dove si mangia, ma anche punti di ritrovo, spazi di socializzazione aperti fino a tarda notte, frequentati da studenti, lavoratori e comitive di amici. Rappresentano spesso il primo contatto imprenditoriale per molte famiglie immigrate, diventando un motore di integrazione economica e culturale. Per molti giovani, ordinare un kebab è un rito, un’abitudine consolidata che fa parte della loro quotidianità, tanto quanto mangiare una pizza. Questo radicamento nel tessuto sociale è un elemento cruciale per comprendere la sua influenza culturale.

Questa profonda integrazione nelle abitudini quotidiane degli italiani è proprio il terreno su cui si innesta la riflessione, tanto acuta quanto controversa, di Antonio Caprarica.

Il punto di vista di Antonio Caprarica

La provocazione del giornalista

Antonio Caprarica, con la sua lunga esperienza di corrispondente estero e attento osservatore dei cambiamenti sociali, ha lanciato la sua tesi durante un’intervista, affermando con sicurezza che il kebab, nel giro di qualche generazione, sarà considerato parte integrante della nostra tradizione. La sua non è un’iperbole, ma una previsione basata su un’analisi storica. Secondo il giornalista, le cucine nazionali non sono entità statiche e immutabili, ma organismi vivi che si arricchiscono attraverso il contatto e la contaminazione con altre culture. Respingere il kebab per principio, secondo lui, significa ignorare la stessa storia della cucina italiana, che è un mosaico di influenze esterne.

Il concetto di “patrimonio vivente”

Il nucleo del ragionamento di Caprarica si fonda sull’idea di patrimonio culturale vivente. Una tradizione, per rimanere tale, deve essere praticata, vissuta e, inevitabilmente, adattata al presente. Pensare alla cucina italiana come a un ricettario sigillato in un museo è un errore storico e concettuale. Egli ricorda come ingredienti oggi considerati simbolo dell’italianità fossero, un tempo, esotici e stranieri. Il pomodoro, importato dalle Americhe, è diventato l’anima di innumerevoli piatti solo secoli dopo il suo arrivo. Lo stesso vale per la patata, il mais o il caffè. Il kebab, in quest’ottica, non sarebbe altro che l’ultimo arrivato in un lungo processo di assimilazione culturale.

L’argomentazione di Caprarica si basa su solidi precedenti storici, che dimostrano come l’integrazione di elementi esterni sia la vera forza motrice della nostra tradizione culinaria.

Gli argomenti a favore dell’integrazione

La storia come fusione di culture

La cucina italiana è, per sua natura, una cucina fusion. Ogni regione porta i segni delle dominazioni e dei commerci che ne hanno segnato la storia. L’idea di una purezza originaria è un mito senza fondamento. Basti pensare ad alcuni esempi chiave:

  • La pasta secca: la sua diffusione e produzione su larga scala nel Sud Italia, in particolare in Sicilia, è stata fortemente influenzata dalle tecniche introdotte dagli Arabi.
  • La melanzana: oggi protagonista di piatti iconici come la parmigiana, è originaria dell’Asia ed è arrivata nel bacino del Mediterraneo sempre attraverso la mediazione araba.
  • Il riso: ingrediente fondamentale per i risotti del Nord, è stato introdotto in Italia (prima in Sicilia e poi nella Pianura Padana) durante il Medioevo.

Questi sono solo alcuni esempi che dimostrano come la nostra identità culinaria sia il risultato di un continuo processo di ibridazione.

L’adattamento del kebab al gusto italiano

Un altro forte argomento a favore dell’integrazione è il processo di “italianizzazione” che il kebab sta subendo. Lungi dall’essere una copia carbone del suo omologo turco o tedesco, il kebab venduto in Italia si è spesso adattato ai palati locali. Molti venditori offrono varianti con ingredienti e salse che richiamano i sapori mediterranei, utilizzano tipi di pane diversi dalla classica pita, come la piadina o il pane pizza, e in alcuni casi propongono anche versioni con carni di provenienza locale. Questo processo di adattamento è il primo passo verso l’assimilazione culturale di un piatto.

Il successo commerciale e la popolarità

I numeri parlano chiaro: il kebab è un gigante economico. La sua crescita esponenziale testimonia una domanda reale e consolidata da parte dei consumatori. L’impatto economico e occupazionale è innegabile, come dimostra una stima della sua evoluzione nel mercato italiano.

AnnoNumero di rivendite (stima)Fatturato annuo (stima in milioni di €)
2000Circa 500Circa 60
2010Circa 6.000Circa 500
2022Oltre 18.000Oltre 1.500

Un successo di tali proporzioni non può essere ignorato e indica che il kebab risponde a un’esigenza profonda del consumatore moderno, un aspetto che modifica inevitabilmente il panorama delle abitudini alimentari.

L’impatto del kebab sulle tradizioni alimentari

Una sfida alla cucina tradizionale ?

La diffusione capillare del kebab solleva interrogativi sulla sua coesistenza con i cibi da strada tradizionali italiani. Molti vedono nella sua popolarità una minaccia per la pizza al taglio, la piadina romagnola, il panino con la porchetta o l’arancino siciliano. La competizione è reale, soprattutto nelle fasce di prezzo più basse. Tuttavia, più che di una sostituzione, si potrebbe parlare di un ampliamento dell’offerta. La presenza del kebab non ha cancellato le alternative tradizionali, ma le ha costrette a confrontarsi con un nuovo concorrente, spingendo talvolta a un miglioramento della qualità e a una maggiore differenziazione dell’offerta.

L’evoluzione delle abitudini di consumo

Il successo del kebab è anche lo specchio di come sono cambiate le nostre vite. La richiesta di pasti veloci, economici e disponibili a qualsiasi ora riflette i ritmi di una società sempre più frenetica. Il kebab si inserisce perfettamente in questo contesto, offrendo una soluzione pratica che soddisfa il bisogno di un pasto completo e saporito consumato fuori casa. Rappresenta l’archetipo del cibo globale, adattabile e accessibile, che si sposa con uno stile di vita urbano e cosmopolita, soprattutto tra i più giovani.

Il kebab “gourmet”: una nuova frontiera

Un fenomeno interessante degli ultimi anni è la nascita del cosiddetto “kebab gourmet”. Alcuni imprenditori e chef hanno iniziato a reinterpretare questo cibo da strada in chiave qualitativa, utilizzando carni selezionate da allevamenti italiani (come la Chianina o il suino nero dei Nebrodi), verdure a chilometro zero, pane a lievitazione naturale e salse artigianali. Questa evoluzione nobilita il kebab, allontanandolo dall’immagine di prodotto industriale a basso costo e avvicinandolo agli standard di qualità della gastronomia italiana. Questo processo potrebbe essere la chiave per la sua piena legittimazione culturale.

Questa trasformazione del prodotto e la sua crescente popolarità hanno naturalmente suscitato reazioni contrastanti all’interno del mondo della ristorazione professionale.

Reazioni degli chef e ristoratori in Italia

Le voci del dissenso

Una parte significativa del mondo della ristorazione italiana guarda con sospetto, se non con aperta ostilità, al fenomeno kebab. Le critiche principali si concentrano su alcuni punti chiave. Primo fra tutti, la standardizzazione del gusto, che rischia di appiattire la diversità culinaria che caratterizza il nostro paese. In secondo luogo, la questione della qualità: molti locali a basso costo utilizzano preparati industriali di dubbia provenienza, con carni e ingredienti di scarsa qualità, in netto contrasto con la filosofia italiana basata sulla freschezza e la tracciabilità delle materie prime. Per questi chef, il kebab rappresenta un simbolo di globalizzazione alimentare che minaccia le piccole produzioni locali.

Gli chef aperti all’innovazione

All’opposto, ci sono chef e ristoratori che vedono nel kebab non una minaccia, ma un’opportunità. Molti cuochi stellati e innovatori non temono la contaminazione, anzi la ricercano come fonte di ispirazione. Per loro, un ingrediente o una tecnica di cottura non ha nazionalità, ma solo qualità. Questi professionisti sono aperti a integrare spezie mediorientali nei loro menu, a reinterpretare piatti tradizionali con influenze esotiche o, come già accade, a elevare il kebab stesso a piatto gourmet. Vedono nella sua popolarità la prova che il gusto del pubblico è in continua evoluzione e che la cucina deve evolversi con esso per non diventare un pezzo da museo.

Le diverse posizioni all’interno del settore riflettono la complessità di una questione che va oltre il singolo piatto e tocca il cuore stesso dell’identità culinaria nazionale, aprendo scenari futuri pieni di sfide.

Prospettive e sfide per il patrimonio culinario

Definire il “patrimonio italiano”

La controversia sul kebab obbliga a una riflessione più ampia: cosa significa esattamente “patrimonio culinario italiano” ? È un elenco chiuso di ricette codificate una volta per tutte o un insieme di pratiche, saperi e sapori in costante divenire ? La storia suggerisce la seconda opzione. L’identità culinaria italiana non si basa sull’esclusione, ma sulla straordinaria capacità di assorbire, rielaborare e fare propri elementi provenienti da altre culture. La vera sfida non è quindi erigere muri per difendere una presunta purezza, ma governare il cambiamento, garantendo che le nuove integrazioni rispettino i principi fondamentali della nostra cultura gastronomica.

La sfida della qualità e della tracciabilità

Il principale ostacolo alla piena legittimazione del kebab è la sua percezione, spesso giustificata, come prodotto di bassa qualità. Perché possa ambire a entrare nel nostro patrimonio, il kebab deve affrontare e vincere la sfida della qualità. Ciò significa promuovere l’uso di carni tracciabili e di provenienza certificata, verdure fresche di stagione, pane artigianale e salse preparate con ingredienti genuini. Servirebbero regole più chiare e controlli più severi per distinguere gli operatori virtuosi da quelli che puntano solo al prezzo più basso. Solo un kebab di qualità può essere un kebab “italiano” a tutti gli effetti.

Verso un’integrazione ufficiale ?

È difficile prevedere se e quando il kebab riceverà un qualche tipo di riconoscimento ufficiale. Tuttavia, il processo di integrazione culturale è già in uno stadio avanzato. Più che un sigillo istituzionale, conta l’accettazione nella pratica quotidiana, e questa è un dato di fatto. La prospettiva più realistica è che, nel tempo, emerga una “via italiana al kebab”, caratterizzata da alta qualità e forte legame con i prodotti del territorio, capace di convivere pacificamente con le tradizioni esistenti, arricchendo ulteriormente il già vasto panorama della nostra gastronomia.

La tesi di Antonio Caprarica, per quanto provocatoria, ha il merito di costringerci a guardare alla nostra cucina non come a un’eredità del passato da conservare gelosamente, ma come a un linguaggio vivo che continua a evolversi. L’integrazione del kebab è un processo complesso, segnato da sfide legate alla qualità e all’identità, ma anche da grandi opportunità di arricchimento culturale. La capacità della gastronomia italiana di assimilare questa novità, adattandola ai propri standard di eccellenza, determinerà non solo il futuro di questo piatto nel nostro paese, ma anche la vitalità stessa del nostro patrimonio culinario.

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